Convegno sul progetto Liberaldemocratico - Reggio C. – 20 e 21 ottobre 2012

Intervento di Giovanni Postorino *

“Il più alto valore della Democrazia è la possibilità che essa fornisce a ognuno di noi di partecipare ad una libera e razionale discussione e la capacità di questa discussione di incidere sulla politica”. Benvenuti, quindi, care amiche e cari amici, a questa nostra discussione libera e razionale sui problemi della nostra terra e sulle proposte che intendiamo avanzare per rispondere alle dure prove che spettano al nostro Paese e ad ognuno di noi. In questo mio intervento, spero mi perdoniate, darò per risolta la controversia intorno a cosa debba intendersi per LIBERTÀ, e cosa sia veramente la DEMOCRAZIA. Non è questa la sede per ripercorre una discussione che ha animato affascinanti confronti filosofici e accademici. Né è la sede per dare patenti a questo o a quel partito o movimento o esponente politico. Qui noi vogliamo discutere liberamente del senso che hanno i valori della libertà e della democrazia. E di come tornando all’essenza di questi si possa affrontare la crisi e superarla, guidati da rinnovati entusiasmi: quelli propri delle passioni e delle virtù civili. Cari amici, i valori e gli ideali liberaldemocratici possono apparire scontati o vaghi, spesso sono trascurati, sottovalutati nella loro reale portata, storicamente anche apertamente avversati, ma in realtà incidono profondamente nella vita di ognuno di noi e il livello di generale progresso civile di una società si misura proprio sulla loro scala di realizzazione. Diversamente, infatti, quando i valori di libertà e democrazia cedono, non vi è né può realizzarsi alcuno sviluppo economico e sociale, non può esserci benessere, si scade nel clientelismo, nell’arroganza e nel malaffare, i privilegi e le logiche corporative hanno il sopravvento sulla meritocrazia, e le stesse istituzioni democratiche diventano il riflesso di un desolante e diffuso degrado. Noi repubblicani, liberali e democratici vantiamo una tradizione che affonda le sue radici nelle più nobili pagine della storia di questo Paese. Ebbene, oggi si è arrivati ad un punto, al di là della stessa crisi economica, in cui un partito come il nostro ha il dovere storico e morale di far sentire alta la propria voce. Come disse Ugo La Malfa al congresso di Genova del 1975: “Nel pieno della crisi che travaglia il Paese, i doveri del PRI si sono accresciuti” e aggiunse: “Esso deve rimanere un punto certo di riferimento per chiunque voglia meditare su quello che è avvenuto in tutti questi anni nel nostro Paese.”Da anni ormai il nostro partito ha lanciato l’allarme sull’urgenza di affrontare, in senso riformista e responsabile, le problematiche economiche, istituzionali e sociali che imbrigliano lo sviluppo dell’intero Paese in logiche depressive, lontane anni luce dal virtuosismo produttivo basato sul merito. La crisi del nostro Paese è infatti una crisi sistemica, aggravata da rendite di posizione e privilegi di matrice assistenziale e corporativa, che ostacolano qualsiasi politica tesa a liberare le energie dinamiche pur presenti. Ma la crisi è anche “culturale”. In tal senso, non si possono non condividere le parole di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di martedì 16: “La politica ha smarrito il senso del passato; … nei suoi attori e nei suoi istituti si è spenta ogni idea d'Italia e della sua storia”. In compenso, abbiamo costruito un “vuoto senza capire che sul vuoto, però, è impossibile costruire; dobbiamo ricominciare  dall'Italia dalla necessità di ricostruire un filo e un legame con il passato, di tornare a pensare a ciò che siamo stati.”Rilanciando i valori e gli ideali della liberaldemocrazia intendiamo ritornare alle fondamenta del vivere civile e da lì ripartire, ponendo in essere i presupposti di un’azione politica seria e coerente, per scongiurare la “disperazione, e il rassegnato governo del declino”. Il progetto liberaldemocratico è quindi una vera e propria proposta politica aperta agli altri partiti e movimenti, ma non solo  è appunto anche una battaglia culturale, e oserei dire metodologica nell’approccio alle problematiche, in grado di fungere da punto di riferimento nel caotico panorama politico, nazionale e locale. Condurre un’azione politica ispirati dagli alti principi della liberaldemocrazia significa esaltare come intangibile la libertà degli individui, che è perseguimento dell’interesse generale: “Il bene pubblico più importante richiesto ad uno Stato non è il soddisfacimento diretto dei bisogni particolari, ma l’assicurare le condizioni in cui individui e piccoli gruppi trovino le occasioni favorevoli per soddisfare reciprocamente i propri bisogni”, (come diceva Friedrich August von Hayek).Al tempo stesso, essere liberaldemocratici significa fuggire dalle teorie cheportano avanti lo Stato minimo, perché una società avanzata e ricca puòpermettersi interventi pubblici volti a offrire quei servizi che non possonoessere soddisfacentemente resi dal mercato e garantire così sempre una retedi protezione contro l’indigenza e la povertà. La rete di protezione che in talsenso lo Stato ha il dovere di porre in essere può essere vista in un’otticaassistenzialista, bensì in una prospettiva di crescita, in una prospettiva percosì dire, inclusiva! Deve consistere non in una “amaca”, ma in un“trampolino”, in quell’ascensore sociale che nel nostro Paese è da annidrammaticamente bloccato.Agire da liberaldemocratici significa, quindi, combinare libertà edeguaglianza, coniugare insieme i principi del libero mercato con quellidella solidarietà, della lotta contro la miseria, bandendo la corruzione, ilmalaffare e lo statalismo che rende i cittadini-elettori dei postulantiricattabili: in una parola, dei servi.La società che vogliamo non è utopia. Il nostro ideale non è il paradiso interra o la società dei giusti, professata da altre forze politiche o da qualchepopulista, bensì la società aperta di Pericle, l’Atene “scuola dell’Ellade”descritta da Tucidide nella famosa orazione funebre.Parliamo del Mezzogiorno e della nostra Calabria.Siamo convinti che la crisi possa essere una grandissima occasione di riscatto! Come disse Milton Friedman nel 1982, “Soltanto una crisi, effettiva o percepita, produce un cambiamento. Quando quella crisi avviene, le decisioni che vengono prese dipendono dalle idee che circolano in giro. Credo che la nostra funzione basilare sia sviluppare alternative alle politiche esistenti, di mantenerle vive e disponibili fino a quando il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile”.Il progetto liberaldemocratico, con il suo portato di ideali e valori, con il suomodo di affrontare i problemi e con le sue proposte concrete, è oggi unarisposta, a nostro avviso, politicamente inevitabile.Quante le volte in cui avete sentito decantare le enormi potenzialità turisticheed economiche della nostra terra…Tantissime! Ma tali potenzialità sono rimaste sottoutilizzate e oggi il Meridione continua avivere di "sviluppo derivato", cioè in una costante rincorsa verso unprogresso che giunge in questa terra sempre con decennale ritardo.Al riguardo vorrei svolgere con voi una riflessione. L'agire delle istituzionipubbliche, ai vari livelli in cui si strutturano, determina innegabilmente sia laqualità della vita dei cittadini sia le potenzialità di sviluppo economico-sociale del territorio. Allora è di tutta evidenza la necessità che gli operatoridelle istituzioni pubbliche siano in grado di amministrare in modo efficiente.Insomma, l'adeguato sviluppo del territorio è direttamente proporzionalenon solo alle risorse date, ma anche al grado di competenza e dicapacità dei politici demandati ad amministrare tali risorse.Potrebbe apparire semplicistico ma si riduce a questo: il vero problema è lacultura politica, di cui la classe dirigente del meridione rappresenta,ahimé, in molti casi la peggiore delle sue espressioni.Sconfiggere l'arretratezza del Meridione d'Italia vuol dire sconfiggere uncerto modo, francamente deludente, di fare e di intendere la politica.Oggi stiamo vedendo che questo modo di intendere e di fare politica non èsolo degli amministratori locali del Meridione, ma anche, e con maggiorscandalo, di quelli del Centro-Nord.Però nel Meridione la situazione è più grave, perché tutto questo si sommaalle ataviche questioni rimaste drammaticamente irrisolte: l'insufficienzainfrastrutturale, la scarsa disponibilità di aree industriali attrezzate, le carenzenella formazione professionale, la mancanza di adeguati servizi ai cittadini, lasanità, le strutture scolastiche, le carenze idriche, una quasi inesistentecultura della legalità, la presenza di gravi fenomeni malavitosi… e purtroppol'elenco delle arretratezze potrebbe continuare …Cari amici, tra i relatori di questa mattina abbiamo illustri esponenti delmondo del lavoro, del mondo imprenditoriale, della politica e delle istituzioni, iquali potranno illustrarvi quella che è la loro realtà.Ritengo comunque opportuno soffermarmi qualche istante sui numeri, utili ariscaldare la nostra discussione.I dati che citerò sono del Centro Studi Confindustria e dello SVIMEZ.. PIL -2,4% (per lo SVIMEZ è -2,5% di cui 2,2% al centro-nord e -3,5% al sud). Inflazione al 2,5%. Crollo degli investimenti -8,8% nel 2012, seguito da un altro mezzopunto nel 2013.. Consumi delle famiglie -3,2% (la domanda totale interna crollata nel2012 a -4,8%). Importazioni -7,7%. Pressione fiscale 45,2% del PIL che tenuto conto del sommerso arrivaal 54,3%... e questa stima è stata effettuata prima degli ultimi interventidel Governo, come la legge di stabilità…;. Disoccupazione per il prossimo anno è pari al 13,9% (considerandoanche la CIG).o al SUD quest’anno è stato del 25,6%!Ma ci sono altri dati che val la pena citare:. Al sud l’industria ha perso 147mila unità di personalelavoro negli ultimi 4 anni (il triplo del centro-nord), 329mila gliunder34 che negli ultimi tre anni hanno perso il lavoro.Lavora meno di una giovane donna su quattro e loSVIMEZ parla di “segregazione occupazionale”.. In Calabria il 35,7% dei giovani è fuori da ogniesperienza occupazionale e di formazione!Questo quadro è suffragato da un altro dato empirico raccolto dalla societàCRIBIS D&B, e denunciato qualche giorno fa dalle colonne del Sole24ore:dall’inizio dell’anno ad oggi 8718 aziende hanno dichiarato fallimento.Francamente la dimensione quantitativa e qualitativa del declino del nostroPaese è tale “da far tremar le vene e i polsi!”E non mi pare affatto che, per rimanere in tema di attualità, la legge distabilità, da poco presentata dal Governo, contribuisca ad invertire la rotta.Certo, siamo molto contenti che i mercati finanziari nell’ultimo periodostiano andando meglio, che la borsa torni a cresce e il famigeratodifferenziale di rendimento tra i titoli di Stato dei Paesi euro-deboli e quellitedeschi a calare.E siamo anche contenti che migliorino i conti pubblici.Tuttavia, pensare di tamponare il debito pubblico attraverso avanziprimari dovuti alla crescita del livello di tassazione, senza pensare adun’azione omogenea di riduzione della spesa, è quanto di piùdepressivo ci si potesse aspettare da questo come da qualsiasi Governo.Senza riforme strutturali in ogni settore, la tempesta non potrà mai dirsisuperata!Gli interventi possibili si conoscono da tempo, e non diciamo niente di nuovoavanzando come proposte:. La drastica riduzione degli oneri amministrativi a carico delleimprese e dei cittadini (i provvedimenti posti in tal senso dal Governo non sonostati e non sono percepiti appieno…e in molti aspetti sono ancora tutti da attuare);. Privatizzazioni e liberalizzazioni (la vendita di Snam da parte di ENI aCassa Depositi e Prestiti, come per altro evidenziato anche dalla CONSOB, èesempio di NON-vera liberalizzazione);. abolizione degli ordini professionali;. Un piano di dismissioni di buona parte del patrimonio pubblico (noirepubblicani abbiamo elaborato un documento concreto che potrebbe benissimoessere un punto di partenza);. Una profonda e radicale riforma fiscale, altro che diminuire l’IRPEF salvopoi aumentare l’IVA;. Un piano di interventi per il SUD, partendo dall’adeguamentoinfrastrutturale (strade, ferrovie, aeroporti, porti);. La riforma della giustizia, in particolare per ridurre sensibilmente itempi del processo civile e garantire la certezza del diritto e il giustoprocesso (vedi separazione carriere);. Investimenti e incentivi alla conoscenza: scuola, università veramentecompetitive; ricerca scientifica.Come si può pensare di attrarre capitali dall’estero senza porre in esserequeste riforme?Questo Governo ha fatto francamente poco su questi punti per noi essenziali.Per altro il mondo politico che potrebbe e dovrebbe dare una risposta,quando non è impegnato a dissipare ulteriori risorse pubbliche, quandonon è occupato in alchimie ed equilibrismi e a parlarsi addosso con formulelontane dalla realtà dei cittadini e delle imprese, è tanto sclerotizzato darisultare del tutto incapace.Tale incapacità ha dato all’Italia un clima politico da campagna elettoralepermanente, fatto di proclami, di promesse, di impegni, tutti costantemente eripetutamente traditi!Di tutto questo i cittadini e le imprese sono stanchi!I sacrifici richiesti sarebbero maggiormente accettabili e accettati se fosseevidente una strategia complessiva e radicale di cambiamento del sistemaitaliano.Purtroppo, però, non è così.Tuttavia il generale ed incontestabile livello di arretratezza e degrado, chepermea ogni angolo del nostro territorio, non deve essere visto conrassegnazione, bensì come una sfida da cogliere e vincere.Noi, con il progetto liberaldemocratico, vogliamo suscitare un rinnovatoentusiasmo, fatto di speranza per il futuro di intere generazioni. Unentusiasmo che possa attrarre i demoralizzati e i delusi che si rifugianonell’astensione, nel disimpegno.Non è questo il momento del disimpegno!Oggi dobbiamo dare tutti il nostro contributo di idee, altrimenti non ci saràmai un vero cambiamento. Tutto rimarrà come sempre è stato, e anchequesta grande occasione che la crisi ci dà di cambiare le cose andràsprecata e le logiche perverse che vi rendono amareggiati e delusicontinueranno ad infestare le stesse istituzioni democratiche e ogniangolo del vivere civile nel nostro Paese.Spesso sono i politici stessi a vivere le arretratezze del Meridione concolpevole rassegnazione, come un male sostanzialmente impossibile dasconfiggere.Questo è il più grave errore che si possa commettere: la rassegnazione èla fonte da cui nasce e si alimenta il sottosviluppo.Non possiamo rassegnarci alla tirannia dello status quo!Occorre impegnarsi con maggior convinzione e pensare alla questionemeridionale come a una questione ancora aperta, che è in buona parteuna questione di civiltà.Serve uno scatto d’orgoglio.Uno scatto d’orgoglio che può e deve partire dal Meridione verso l’interoPaese, perché siamo convinti della correttezza delle parole di GiustinoFortunato quando affermava che “il Paese sarà ciò che il Meridione sarà!”E affinché il Mezzogiorno rappresenti per l'economia italianaquell'opportunità su cui puntare per far decollare l'intero Paese, occorre inprimo luogo risanare la struttura sociale, passando necessariamenteattraverso un rinnovamento della stessa consunta e, in larga parte,“compromessa” classe politica, lottando senza quartiere contro la malavitaorganizzata, i suoi interessi, e così superando le inefficienze economiche e"non economiche" che impediscono al nostro territorio un completo sviluppo.Non è mai tardi per invertire la rotta, partendo proprio dal fortificare lavirtù civile in ogni cittadino, quel senso morale che conduce allo sdegnocontro le prevaricazioni, le ingiustizie, le discriminazioni, la corruzione,l’arroganza e la volgarità.Tocqueville diceva: “Non dipende dalle leggi rianimare le fedi che siestinguono; ma dipende dalle leggi interessare gli uomini al destino del loroPaese. Dipende dalle leggi risvegliare e dirigere quel vago istinto di Patriache non abbandona mai il cuore dell’uomo e, legandolo ai pensieri, allepassioni, alle abitudini di ogni giorno, farne un sentimento ragionevole eduraturo. E non si dica che è troppo tardi per tentarlo; le nazioni noninvecchiano allo stesso modo degli uomini. Ogni generazione, che siforma nel loro seno, è come un popolo nuovo che viene ad offrirsi allecure del legislatore.”Prima di cedere la parola ai nostri illustri relatori, dobbiamo condurreun’ultima riflessione.Il malcontento che sta montando nel Paese non è rivolto contro la politicabensì contro un’intera classe politica.Sono i principali interpreti della politica, invecchiati e consunti sotto il peso deiloro proclami ampiamente disattesi, ad aver fallito miseramente.Il principale indiziato di questo clamoroso e drammatico fallimento è ilpartito politico, per come è nato e si è sviluppato durante la secondarepubblica!I partiti politici non hanno assolto in questi anni alla loro fondamentale funzione di organismo intermedio tra governati e governanti, in grado di restringere la distanza tra piazza e palazzo, catalizzando gli interessi e le istanze provenienti dai cittadini e dalle imprese. Non sono stati quel motore essenziale della vita democratica e men che meno sono riusciti nell’importantissimo compito di selezionare al proprio interno con metodo democratico la classe dirigente del Paese. Piuttosto si sono trasformati in cricche oligarchiche percorse da arroganza, prevaricazione e servilismo, luogo ove condurre una lotta senza freni, tra rancori e vari personalismi, per la gestione del “potere” e delle risorse pubbliche, spesso in spregio delle stesse Istituzioni e dei ruoli ricoperti. Se si parte da questa premessa e se si vuole ovviare alle possibili derive antisistema che, cavalcate demagogicamente e grazie all’opera amplificatrice della crisi economica, ben potrebbero travolgere tutto e tutti ponendo a repentaglio la stessa tenuta del nostro Stato, allora c’è una sola cosa da fare: ridare un senso alla partecipazione politica: - cambiare la legge elettorale, ridando dignità al principio della rappresentanza; - modificare le regole istituzionali, per ridare dignità al principio della governabilità; - dotare il nostro ordinamento di una completa normativa sui partiti politici, la loro vita interna, per la regolamentazione e la chiarezza dei loro bilanci e dei loro finanziamenti. Solo questi interventi, al netto di altri sacrosanti contro la corruzione e il malaffare, porranno il singolo cittadino nelle condizioni di contribuire con il proprio bagaglio culturale e ideale al libero e razionale dibattito politico. Queste sono le motivazioni che mi spingono a sostenere con forza il progetto liberaldemocratico che con lungimiranza il mio partito ha lanciato. Un progetto che lo stesso Segretario nazionale ha definito in un suo intervento come un progetto aperto! Aperto all’incontro con tutte le forze politiche che vogliono cambiare le cose, nel senso da noi tracciato! Aperto a tutti coloro che non si rassegnano e che hanno voglia di partecipare al miglioramento della società in cui vivono, facendo appello alla coscienza civile che vive in ognuno di noi. Noi repubblicani non abbiamo posizioni di potere da difendere, e credo che nessuno possa sperare di sopravvivere conducendo una politica di chiusura o di mantenimento delle logiche del passato! Come direbbe Ugo La Malfa, sarebbe un atteggiamento delittuoso, “sarebbe come uccidere il partito nel momento della sua maggiore possibilità di sviluppo nella coscienza pubblica”. I repubblicani che hanno responsabilità di guida del partito devono essere consapevoli dell’esigenza che oggi il nostro partito ha, al pari di tutta la politica e i partiti: una netta e chiara discontinuità con il recente passato e, quindi…  IL CAMBIAMENTO!!! Per il nostro partito, il progetto liberaldemocratico avrà un senso se avrà la forza di sopravvivere a coloro che lo hanno avviato. Diversamente, sarà l’ennesima occasione perduta, a danno sia del nostro partito sia del Paese. La strada che indichiamo e che stiamo intraprendendo è lunga, ripidissima ed irta di ostacoli. No, non ci siamo sbagliati. Questa è la strada giusta! L’unica strada che può portarci fuori dalla caverna dell’ignoranza e del sottosviluppo, verso il benessere e la libertà.

* Componente della Direzione Nazionale del Pri

Partito Repubblicano Italiano - Consociazione di Reggio Calabria - Sezione "Raffaello Sardiello" Via Roma n.7 - 89123 - Reggio Calabria
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