Una rivoluzione nel metodo di partecipazione democratica

Un cambiamento auspicato, l'aspirazione legittima di una generazione di rottamatori, il bisogno di adeguare la politica alla modernità hanno prodotto nel Partito Democratico una reazione imprevedibile, tale da disintegrarne l'immagine e la credibilità, che ha fatto letteralmente implodere questa formazione, probabilmente senza possibilità di salvarne i cocci. Ora si apre una fase di ricostruzione tutta in salita. Per chi ha vissuto questa esperienza e per gli analisti è troppo facile, oggi, indignarsi, troppo semplice affermare che ogni cambiamento presuppone delle incognite.

Bersani ha la colpa di aver voluto a tutti i costi l'incarico, nonostante l'esiguità dei numeri, di non aver ceduto nulla alle altre forze politiche, di non aver creduto possibile o avuto la forza per imporre ai democratici, una soluzione di unità nazionale.

Il nuovo PD ha così dimostrato che la politica, invece, ha bisogno di tempi lunghi. Quando i cambiamenti sono tanti e tali e avvengono tutti nello stesso momento si rivelano inaffidabili. Presentano reazioni isteriche non controllabili. Come irresponsabili si sono dimostrati i suoi parlamentari. Una classe dirigente rinnovata, composta di individui che hanno egoisticamente fatto prevalere interessi personalistici. Che hanno privilegiato gli equilibri di potere, tutti interni al partito, al rispetto che la sua storia meritava. Eletti che hanno dimenticato che il loro ruolo presupponeva un atteggiamento diverso, prima di tutto responsabile verso il Paese.

Di fronte a questi errori, a queste valutazioni decontestualizzate, perché fatte immaginando solo la forza che si esercita e non il risultato che si vuole ottenere, l'assoluta mancanza di condivisione e di mediazione, che invece, sono prerogative delle quali la politica non può fare a meno, hanno confermato che i partiti, se seguono questo schema, hanno perso la loro funzione.

Sorprende anche l'assenza di coscienza dei dirigenti che, piuttosto che mostrare convincimento rispetto alle decisioni da assumere e difenderne la validità, si muovono istericamente, condizionati dalle e-mail e dai post sui social network, dalle piazze che insorgono stabilendo cosa è vecchio o impresentabile e cosa non lo è. Una rivoluzione, quindi, nel metodo di partecipazione democratica, che mostra molti limiti, che avrebbe ragione di essere seguito se avessimo un altro sistema per scegliere le candidature, se avessero un valore la militanza, il merito e la rappresentanza, se i partiti non fossero associazioni con regole e responsabilità, fatte di storie personali e vicende umane che non si prestano alle improvvisazioni, se si capisse che certe dinamiche vanno gestite non con lo spirito del "dopo di me il diluvio", ma per lasciare un patrimonio ideale e culturale alle generazioni future.

Nel PD tutto questo è stato ignorato. E quello che risulta incomprensibile è che lo abbia potuto ignorare Bersani. Un uomo di apparato, un militante che ha vissuto i cambiamenti del partito e le vicende del Paese, un dirigente che ha pensato di essere un riferimento da seguire e che, invece, ha fatto i conti con la sua incapacità di comunicare, destabilizzato da un risultato elettorale che lo ha azzoppato.

Di fronte a tanta inadeguatezza bisognerebbe fermarsi e riflettere. L'amarezza e la rabbia non sono sufficienti, è l'entità del danno che va valutato.

La disgregazione del partito prima e l'incapacità di dare un nuovo Presidente della Repubblica e un Governo al Paese; lo scenario internazionale in cui l'Italia si colloca che la fa apparire risibile e indebolita. Un'assenza di iniziativa che lascia i cittadini nell'incertezza del futuro e che mina, se ce ne fosse ulteriore bisogno, una economia già fragile, che paga il peso di una crisi dalla quale non sembra poter uscire.

Se non si è capaci di ammettere che così non va, che non si può governare sommando debolezze, ma che occorre, invece, valorizzare persone, risorse e capacità, che bisogna riscoprire l'autorevolezza dei dirigenti, che non si può prescindere da una gerarchia e che l'esperienza è un valore di cui non si può fare a meno, la politica non riuscirà a sopravvivere a questa mortificante stagione.

Come in ogni organizzazione, anche i partiti hanno bisogno di regole e queste presuppongono una diversificazione dei ruoli. Non ci può essere un esercito in cui i generali sono più numerosi della truppa, come non ci si può sentire tutti Napoleone. Se per l'inserimento del mondo del lavoro va previsto un periodo di tirocinio, così per arrivare nelle istituzioni andrebbe previsto un percorso politico, e stabilito che senza impegno, formazione e militanza non si conquista il posto in lista, perché non si ha consapevolezza e contezza di ciò che si è chiamati a fare.

Il Parlamento fatto di nominati a prescindere dal merito, dalle peculiarità e dall'esperienza, ha reso possibile la confusione. Acquisito il titolo si potrebbe essere autorizzati a pensare che si diventa tutti uguali. Purtroppo non è così. E le ultime vicende di cui siamo stati testimoni lo dimostrano con grande drammaticità.

 

Reggio Calabria 21 aprile 2013

                                                                                     Roberto Cangiamila

                                                                                     Direzione nazionale

Partito Repubblicano Italiano - Consociazione di Reggio Calabria - Sezione "Raffaello Sardiello" Via Roma n.7 - 89123 - Reggio Calabria
Note Legali | Privacy | Termini d'uso | Webmaster