IL QUADRO ECONOMICO DELLA CALABRIA

GIORNATE REPUBBLICANE

Reggio Calabria - dal 29 agosto al 1 settembre 2013.

Saverio Collura - Direzione Nazionale PRI - sabato 31 agosto presso il Villaggio Repubblicano sul Lungomare Falcomatà - Piazza Indipendenza

Premessa - La pubblicazione dei dati Eurostat relativi agli indici di variazione del prodotto interno lordo (PIL) del secondo trimestre 2013 rispetto al precedente, conferma l’esistenza di una questione Italia nell’ambito dell’Unione Europea e in particolare della zona euro.

Infatti, escludendo la Grecia e Cipro, per i quali si pongono e si porranno per molto tempo questioni più specifiche, il nostro Paese con l’Olanda sono i soli a registrare variazioni negative (-0,2%), a fronte di risultati positivi di tutti gli altri, in accentuazione particolare per Germania, Francia e Portogallo che crescono oltre le previsioni precedentemente formulate. In sostanza l’Italia, stante così le cose, uscirà per ultima (salva Grecia e Cipro) dalla crisi scatenatasi dalla fine del 2008. Si conferma quindi quanto veniva indicato nella tesi congressuale del PRI sullo stato della competitività nel nostro Paese (settembre 2010), e cioè che “la recessione mondiale si è sviluppata in Italia in modo più violento rispetto ai Paesi più competitivi, proprio a causa della maggiori debolezze (più bassa competitività e vulnerabilità del Paese)”; e si aggiungeva che “l’Italia sarebbe uscita dalla crisi recessiva più in ritardo rispetto ai Paesi con più accentuata competitività”. Questa premessa è utile perché consente di delineare il quadro complessivo nel quale si inserisce la questione dell’economia della Calabria. Infatti, se si conviene con l’assunto che esiste una specifica criticità italiana nel contesto europeo, bisogna aggiungere che esiste una problematicità della questione mezzogiorno nel contesto nazionale, per arrivare a costatare che esiste una questione Calabria nell’ambito del sottosistema Mezzogiorno. In sostanza, come in una immaginaria “matriosca”, si può dedurre che la Calabria evidenzia una situazione di forte problematicità, che rappresenta uno dei nodi di maggiore difficoltà dell’intera area dell’Unione Europea. Sarà evidente questo asserto, attraverso l’analisi più specifica, anche se ovviamente alquanto sintetica, del sistema economico della Regione, con riferimento ai dati del 2012, anno per il quale si dispone di elementi sufficientemente analitici ed indicativi; anche grazie all’accurato studio effettuato dalla struttura operativa calabrese della Banca d’Italia, e presentato nel recente mese di giugno. La congiuntura economica della Regione Calabria nel 2012 ha registrato una consistente recessione generalizzata in tutti i comparti produttivi, e conseguentemente ha accentuato la pesante situazione occupazionale, rendendo più acuto un problema che può essere ritenuto endemico, dopo che nel 2011 si era registrato un lieve miglioramento; e ciò in controtendenza rispetto alla situazione della restante parte del Mezzogiorno e dell’intero Paese. A tal proposito va registrato un dato importante: l’occupazione femminile che nel biennio precedente, in contrasto con il resto dell’Italia, aveva ottenuto un incremento, nel 2012 ha subito la stessa dinamica negativa. Come causa e/o effetto della regressione produttiva, si è constatato per la Calabria una riduzione dei consumi delle famiglie, degli investimenti ed un consistente deterioramento del debito bancario, che ha influito sulla gestione complessiva degli Istituti finanziari. La sintesi, come dato riepilogativo e significativo dell’involuzione del 2012, è che il prodotto interno lordo regionale è diminuito del 3,0%; quindi in termini molto più accentuati sia rispetto al dato del Mezzogiorno che a quello dell’Italia; e ciò dopo che nel periodo 2006-2011 si era avuto un decremento di ben sei punti per cento. Lo stesso fenomeno è stato constatato per il PIL pro-capite calabrese. Come si diceva prima, tutti i settori produttivi (industria, costruzioni, agricoltura, servizi) hanno subito una regressione, anche se in modo differenziato. L’analisi sintetica dei singoli comparti evidenzia la specificità della recessione di ognuno e le possibili prospettive nel breve periodo. L’industria. La recentissima indagine condotta dalla Banca d’Italia, di cui si è detto prima, sul campione di aziende industriali calabresi con non meno di 20 addetti, ha evidenziato che nel 2012 oltre i due terzi delle stesse hanno subito una diminuzione del fatturato annuo, e solo poco meno di un terzo ha conseguito piccoli incrementi di fatturato. La situazione è fortemente degradata rispetto al 2011, anno in cui le percentuali erano rispettivamente del 51% (che avevano diminuito il fatturato) e 45% (lieve incremento). Per il 2013 la situazione dovrebbe stabilizzarsi sui livelli del 2012, con qualche lievissimo miglioramento nel numero di aziende che potrebbe registrare qualche incremento di fatturato. Ovviamente da ciò ne è conseguito una consistente diminuzione del tasso di utilizzo degli impianti. La causa di tutto ciò va ascrivibile, in ultima analisi, alla consistente diminuzione dei consumi privati, che hanno indirettamente determinato anche la diminuzione degli investimenti delle aziende industriali. Le esportazioni dalla Regione verso il resto dell’Italia e verso l’estero, che nel 2011 avevano registrato un buon incremento (+8,5% rispetto al 2010), hanno subito una brutta inversione nel 2012. Nonostante il forte recupero del 2011, le esportazioni dalla Regione presentano, rispetto ai valori pre-crisi (2007), ancora un deficit non recuperato, pari a circa il 13%. Ciò differenzia la Calabria dal resto dell’Italia e dallo stesso Mezzogiorno, che nel 2012 hanno non solo recuperato, ma addirittura hanno superato i valori che registravano prima del 2007. Tra i vari settori merceologici, quello della trasformazione agroalimentare ha realizzato la migliore performance in termini di esportazione (+1,8%), mentre il settore della chimica, con il -20,4%, ha registrato un forte apporto negativo. L’industria alimentare, che rappresenta l’8% del totale delle esportazioni della Calabria, evidenzia una dinamica di estremo interesse, tanto che il livello di vendite all’estero, raggiunto nel 2012, è superiore di circa il 28% rispetto ai valori pre-crisi del 2007. Ciò indica che questo settore produttivo si caratterizza per i buoni parametri di qualità/prezzo. Cioè un segmento con significativa forza competitiva. Ciò è anche confermato dall’elevato  ammontare del valore aggiunto (quantità di incremento economico apportata al prodotto) del settore. Con il 27% del valore delle esportazioni raggiunto nel 2010, tale comparto supera di gran lunga il valore medio (14,2%) del complesso delle esportazioni delle aziende industriali regionali. Come dato riepilogativo, che caratterizza la bontà o meno di un sistema industriale, si riscontra nel 2012 una consistente diminuzione del valore aggiunto complessivo di oltre il 6%, superiore ai valori medi dell’insieme delle Regioni del Mezzogiorno e del totale del Paese. Ciò vuol dire che nel 2012 è peggiorata la quantità di incremento di valore economico apportato alla produzione regionale, non solo in termini congiunturali (cioè rispetto all’anno precedentemente), ma anche rispetto alla produzione concorrente delle imprese al di fuori della Calabria. Questo aspetto si evidenzia con immediatezza analizzando il posizionamento delle imprese calabresi dal punto di vista delle dimensioni e dell’efficacia degli interventi finalizzati alla ricerca, all’innovazione di prodotto, e/o di processo. Infatti, sia le risorse (finanziere ed umane) destinate a questa vitale attività, sia i risultati conseguiti (brevetti, marchi, ecc) risultano per la Calabria inferiori a quelle dell’Italia e del Sud. Nel 2011 l’OCSE ha elaborato una graduatoria di tutte le regioni (non Nazioni) europee sulla base del complesso di attività di ricerca e sviluppo espletata; il risultato attesta che la Calabria si colloca nelle posizioni più basse, e che la ricerca si esplica quasi esclusivamente nei centri di emanazione delle strutture pubbliche (Università, CNR, etc). Lo studio indica ancora, che alla fine del 2010 gli addetti a tale attività rappresentavano lo 0,6 % del totale, a fronte del valore dell’1,6 del complesso dell’Italia; i Ricercatori lo 0,4% (0,7% in Italia). Come ricaduta consequenziale, ne discende che in Calabria solo l’1,3% della forza lavoro complessiva opera in segmenti produttivi ad elevato contenuto tecnologico, a fronte di un valore di oltre il 2,5% del Paese. Gli investimenti complessivi effettuati in ricerca rappresentano lo 0,4% del PIL calabrese; mentre la quota di competenza delle aziende private è del tutto inconsistente e pari 0,05%. Ciò è dovuto, in parte, al fatto che in Calabria solo lo 0,3% delle imprese produttive ha un organico non inferiore ai 50 addetti, a fronte dello 0,6% del totale Italia. Ma il gap della Regione, per quanto riguarda la ricerca e sviluppo, va oltre l’aspetto dell’impiego della forza lavoro in quest’attività. Come già accennato, in Calabria la presenza di aziende ad elevato contenuto tecnologico è meno della metà del corrispondente valore nazionale. Ciò ha comportato che appena il 46% delle aziende della Regione ha cercato di dar vita ad interventi di innovazione di prodotto e/o di processo, di marketing, o di organizzazione, a fronte del valore di circa il 50% delle imprese del Mezzogiorno, e di oltre il 56% di quelle Nazionali. Se si limita il raggio di analisi ai primi due segmenti (innovazione di prodotto e/o processo), il dato appare ancora più negativo, in quanto solo il 37% delle Imprese calabresi si sono impegnate in tale obiettivo ed addirittura solo il 31% ha conseguito risultati in termini di innovazione. Il dato che evidenzia questa carenza si riscontra nel numerno di brevetti registrati presso i Bureau europeo in tutto il primo decennio di questo secolo; tale valore è stato di poco superiore a cento pratiche (51 brevetti per milione di abitanti), a fronte di un valore più che doppio (oltre 100 per milione di abitanti) del complesso delle aziende del Mezzogiorno. Dei cento brevetti della Calabria, solo 24 hanno riguardato il settore high-tech. La marginalità della presenza nell’innovazione delle aziende calabresi è evidenziata anche da un dato numerico: solo 27 brevetti sono stati depositati dalle Imprese; il resto tutti da Centri di ricerca di emanazione pubblica. Il basso livello di investimenti in ricerca e sviluppo da parte delle aziende industriali apre una preoccupazione ed una grossa incognita per le loro prospettive future. Infatti, in questi ultimissimi anni le imprese che hanno in precedenza investito nell’innovazione di prodotto e/o di processo hanno conseguito un discreto incremento di fatturato che ha loro consentito di uscire dalla crisi più rapidamente rispetto alle altre aziende. Il settore delle costruzioni. Per quasi un decennio (1998-2006), il settore delle costruzioni ed il relativo mercato immobiliare hanno vissuto una fase di intensa espansione, con un ritmo di crescita annua di circa il 3,5%; quindi molto più consistente del corrispondente valore nazionale, che risultava pari al 2,8%. Per effetto di questa evoluzione positiva, il contributo del settore al valore aggiunto complessivo della Regione Calabria, si era portato, alla fine del 2006, ad oltre il 7,5%. La grave crisi e la recessione successiva hanno fortemente penalizzato questo comprato produttivo, che ha dovuto registrare un drastico ridimensionamento. Oggi la produzione si attesta su un livello che è il minimo registrato negli ultimi quindici anni. Dei sei punti di PIL persi dal sistema Calabria nel periodo 2006-2011, circa 2,5 punti sono dovuti alla recessione del comparto in questione; e oggi l’apporto al valore aggiunto risulta ridimensionato di oltre 2 punti, attestandosi, nel 2011, al 5,5%. Il settore è caratterizzato da un’estrema frammentazione: solo il 17% è rappresentato da società di capitale, a fronte di un corrispondente valore nazionale nettamente superiore. Il segmento più colpito dalla recessione è quello delle nuove costruzioni abitative; alla fine del 2012 le transazioni commerciali effettuate risultavano inferiori del 39% rispetto ai valori massimi del 2006. La debolezza della domanda di beni di abitazione ha ridotto di circa l’8% il valore delle nuove abitazioni. Ma tutto ciò inoltre, farebbe ritenere che possa esistere una consistente fetta di immobili abitativi invenduti, dal momento che il numero di nuove abitazioni realizzate (calcolate, approssimativamente, sulla base dei permessi di costruire rilasciate dai Comuni) per tutti gli anni duemila risulta alquanto superiore all’insieme complessivo delle compra-vendite registrate. Tale rapporto risulta superiore al corrispondente valore nazionale; indice questo di una possibile congiuntura negativa prospettica calabrese superiore a quella nazionale. Altro indicatore della crisi del settore, in termini più allargati, è rappresentato dalla diminuzione del numero di nuove gare di opere pubbliche (fonte CRESME) registrate nel 2012, rispetto all’anno precedente (-11,3%). In termini di valore l’importo complessivo delle gare è stato di circa 608 mln di euro, che rappresenta il livello più basso degli ultimi cinque anni. Anche per tutto il settore produttivo risulta alquanto bassa la propensione ad investire in innovazione. Infatti nel periodo 2003-2011, sono state presentate appena 77 domande di registrazione di design (tutela della innovazione), con una media di 0,4 domande per mille abitanti; il corrispondente valore riscontrato nel Mezzogiorno ed in Italia è stato rispettivamente di 3,3 e di 13,5. Anche in questo caso valgono quindi le considerazioni relative al settore industriale. Agricoltura. Il comparto agricolo della Calabria si articola sostanzialmente su tre tipi di colture, che insieme rappresentano più dell’80% dell’intera produzione, è sono uliveti, agrumeti, ortaggi. Il valore aggiunto complessivo del settore nel 2012 ha subito una riduzione pari a circa 3,3%; comunque inferiore al corrispondente decremento dell’intero Mezzogiorno, che è stato del 4,8%. Un dato di riflessione particolare è rappresentato dal fatto che nell’ultimo decennio la produzione di agrumi è aumentata di oltre il 50%, anche se è rimasta sostanzialmente stabile la superficie coltivata; quasi invariata, con un lieve miglioramento, la quantità di olive prodotte. Entrambi i settori, come noto, rientrano tra le produzioni agricole finanziate dagli interventi di sostegno a carico del Bilancio dell’Unione Europea (P.A.C.); l’oliveto sostanzialmente da sempre, mentre l’agrumeto dalla metà degli anni 2000. Ciò ha fatto si che, sostanzialmente, la redditività di queste due colture è direttamente, e forse quasi esclusivamente, legata alle integrazioni riconosciute in modo stabile, dall’Unione Europea, indipendentemente cioè dalla produzione conseguita in ogni singola annata agricola. Da ciò la scarsissima propensione all’innovazione; fatto questo che caratterizza negativamente la produzione agricola calabrese, che presenta una ridotta incidenza di produzioni “garantite e certificate”. Dai dati ISTAT del 2011 risulta che solo 395 produttori regionali (pari allo 0,5% del totale nazionale) disponevano della certificazione di qualità. Nella Regione, inoltre, operano 226 strutture di trasformazione dei prodotti alimentari (circa il 3,3% di quanti operano nell’intero Paese). Tutto ciò fa si che i prezzi di vendita degli agrumi e dell’olio sul mercato all’ingrosso risultano estremamente contenuti, ed addirittura per le arance non arrivano a 10 centesimi al kg; mentre nei mercati al dettaglio nelle piazze di maggior consumo superano spesso i 2 euro al kg. In sostanza si può concludere che l’economia agricola della Regione è fortemente dipendente dai contributi a carico dell’Unione Europa; con la conseguenza che potrebbe risentire di un eventuale ulteriore inclusione di nuovi Paesi con economia agricola. Servizi. In questo comparto vengono classificate le produzioni relative a commercio, turismo, trasporti. Il valore aggiunto complessivo dell’intera sezione servizi rappresenta oltre l’80% del totale del prodotto della Calabria, ed ha registrato rispetto al 2011 una diminuzione dell1,8%. Oltre i due terzi delle imprese hanno registrato una diminuzione del loro fatturato; questo comparto produttivo registra una crisi più accentuata, dal momento che anche nel 2011 aveva registrato performance di fatturato negativi. In particolare per il commercio, a causa della riduzione del reddito disponibile delle famiglie (che nel 2012 si è ridotto dell’1,8%, dopo la precedente riduzione dello 0,7% del 2011) che ha comportato la conseguente riduzione dei consumi privati, si è verificata una crisi strutturale per le attività commerciali tradizionali, che hanno ceduto quote di mercato alla grande distribuzione. Quest’ultima ha realizzato fino al 2011 una significativa crescita (nel quinquennio +2,4%), mentre la distribuzione tradizionale ha perso ben il 5,3%. Nel turismo si è dovuto registrare, nel 2012, un forte calo della spesa degli stranieri pari a -19%. Nello stesso anno nel Mezzogiorno, in controtendenza, si è conseguito un incremento del 5%, ed in Italia del 4%. Tutto ciò ha comportato che in Calabria la spesa dei turisti stranieri è diminuita dallo 0,6% sul totale nazionale del 2011, allo 0,5% del 2012. A ciò è da aggiungere che mentre nel complesso dell’Italia la presenza di turisti stranieri è risultata essere pari al 47% del totale dei turisti, nella Regione Calabria si attesta appena al 20%. Nel segmento dei trasporti, l’impegno produttivo è concentrato prioritariamente nell’attività del Porto di Gioia Tauro ed in quella dei tre aeroporti, di Reggio Calabria, di Lamezia Terme, di Crotone. Il Porto di Gioia Tauro ha consuntivato nel 2012 una performance positiva con il +17%, e ciò in un anno di crisi generalizzata del traffico della navigazione internazionale. L’Accordo di Programma Quadro del 2010 che ha dato origine al polo logistico intermodale di Gioia Tauro rappresenta un elemento concreto di prospettiva di crescita. Per sostenere lo sviluppo del Porto di G.T. sono programmati investimenti per 8,5 mln di Euro, di cui 5 mln a carico della Regione Calabria e 3,5 mln dell’Autorità Portuale. Ulteriori interventi infrastrutturali, al momento non ancora sufficientemente definiti, per circa 20 mln di Euro dovrebbero essere finanziati da trasferimenti dell’Unione Europea. Con riferimento agli aeroporti, va evidenziato che quello di Crotone, essendo stata prevista la sua esclusione dal Piano Nazionale Aeroportuale, dovrebbe essere trasferito alla Regione Calabria, che a quel punto dovrà provvedere a definire l’utilizzo e le prospettive, e sostenerne interamente i costi sia per investimenti, che per gli eventuali (molto probabili) risultati negativi di gestione. Per i due aeroporti principali, nel 2012 si è registrata una consistente riduzione di passeggeri a Lamezia T. (-4%), ed un incremento contenuto a Reggio Calabria (+1,9%), dovuto sostanzialmente alla crescita dei passeggeri nazionali. In entrambi gli scali aeroportuali, infatti si è registrato un forte decremento degli utenti di provenzia estera, pari a -15,9%; a fronte viceversa di una crescita a livello nazionale. L’occupazione nella Regione Calabria. La crisi produttiva che ha investito la Regione Calabria ha ovviamente avuto effetti negativi sull’occupazione. Nel 2012, infatti, si è registrato un consistente ridimensionamento dei posti di lavoro pari a -1,9%; nettamente superiore al corrispondente valore del mezzogiorno (-0,6%) e dell’interno Paese (-0,3%). Il fenomeno in Calabria si era già registrato in tutto il periodo 2007-2012, durante il quale il numero di occupati è diminuito di circa 36.000 unità. Gli effetti si sono verificati in tutti le classi in età lavorativa, ed hanno fortemente penalizzato i lavoratori con contratto a tempo indeterminato (-3,6%), mentre si è avuto un incremento occupazionale di personale con contratti a termine (+1,5%). Conseguentemente si è registrata una riduzione delle ore lavorate pari, nel 2012 a -2,7%; valore questo superiore a quello del Mezzogiorno (-1,2%). Il tasso occupazionale nella popolazione calabrese in età lavorativa (15-64 anni) è decresciuto attestandosi al 41,6% (era il 42,5% nel 2011), a fronte del corrispondente valore del Mezzogiorno (43,8%) e del Paese (56,8%). Due questioni infine che, pur non sembrando riconducibili alle attività produttive, innescano effetti non secondari sul sistema economico calabrese: sono la spesa pubblica, e la sanità regionale. Data la consistente quantità di risorse finanziare ad esse finalizzate, queste due voci di spesa esercitano una significativa influenza sul sistema Calabria; sia per gli effetti diretti conseguenti all’impiego di risorse, sia per i vincoli conseguenti che essi impongo al Bilancio della Regione, rendendolo estremamente rigido, e limitando conseguentemente la possibilità di manovre finanziarie finalizzate allo sviluppo, alla crescita e quindi all’occupazione. Spesa pubblica in Calabria. La spesa pubblica primaria complessiva annualmente erogata ammonta a circa 6,3 miliardi di Euro, pari ad una spesa pro-capite di 3.146 Euro; in ciò lievemente inferiore alla media delle Regioni a statuto ordinario. La spesa corrente assorbe circa l’85% del totale, e di essa il 40% (oltre 2 miliardi di Euro) è rappresentata dalla spesa per il personale. La spesa in conto capitale, pari nel 2011 all’1,8% del PIL regionale, è quindi una parte marginale del totale, ed è sostanzialmente di competenza dei Comuni, per il ruolo peculiare che gli stessi svolgono nell’ambito degli investimenti infrastrutturali. La quota più consistente della spesa pubblica è di competenza dell’Istituzione Regione, e rappresenta il 60% del totale. E ciò in conseguenza dell’imponente livello raggiunto dalla spesa sanitaria, che assorbe a sua volta il 90% del Bilancio della stessa Istituzione. Solo il 25% della spesa primaria è di competenza dei Comuni; dato questo che, estrapolate le città capoluogo ed i centri con oltre 15.000 abitanti, fa intravedere le difficoltà di numerosi piccoli comuni a realizzare un’efficace autonoma amministrazione. I vincoli posti sia dal “Patto di stabilità interna” che quelli connessi dal “Piano straordinario di rientro del deficit sanitario” hanno condizionato soprattutto la voce di spesa in conto capitale, che si è ridotta nel biennio 2009-2011 di circa il 16,1% ogni anno; mentre la spesa corrente si è contratta, nello stesso periodo, solamente dell’1,5% all’anno. La spesa per il personale, che incide per circa 1000 Euro per abitante, è sempre aumentata nel triennio prima indicato, con una media annua del +1,3%. Per completezza di esposizione si ricorda il dato del deficit cumulato dalla Regione Calabria nel quadriennio 2008-2011, che è il quinto in graduatoria per quanto riguarda il valore assoluto tra tutte le Regioni, ed addirittura il terzo in termine di incidenza pro-capite. Sanità. Come noto la gestione della Sanità della Calabria è sottoposta al regime di “Piano di rientro per eccessivo deficit”. Nel periodo 2009-2011 la spesa sanitaria procapite nella Regione è stata pari a 1.845 Euro, per un totale medio annuo di 3,78 miliardi di Euro. Dopo la crescita insostenibile (+4,5% medio annuo) registrata nel triennio 2007-2009, nel successivo biennio, in regime di “Piano di rientro per eccessivo deficit”, la spesa si è mediamente ridotta dell’1,7%. Non ritenendo opportuno, per questioni di competenza, entrare nel merito della qualità del servizio erogato, pur tuttavia è utile evidenziare due questioni molto significative. La prima riguarda la decisione assunta dal Governo Nazionale di prorogare la gestione commissariale sino al 2015 a causa dei ritardi riscontrati nella realizzazione degli interventi previsti dal predetto Piano. La seconda si riferisce all’inadempienza circa il mancato rispetto degli standard qualitativi nazionali nelle prestazioni erogate dal Servizio Sanitario Calabrese nell’anno 2010, ultimo anno di cui sono al momento disponibili i dati. Tutto ciò ha comportato che alla Calabria è stato attribuito un indice di qualità pari al 43,9%, essendo il 100% l’optimum. La media complessiva per tutte le Regioni dell’Italia è stata del 65%; ed anche quella relativa alle altre Regioni con “Piano di rientro per eccessivo deficit” è stata superiore al valore della Calabria, e pari al 52.8%. Tutto ciò, nonostante che la spesa pro-capite della Calabria sia allineata ai valori medi nazionali. Il deficit della gestione della sanità ed il conseguente Piano di rientro ha comportato che la Regione Calabria insieme ad altre due Regioni, è costretta ad applicare l’aliquota più alta in assoluto (2,03%) dell’addizionale regionale IRPEF, con un carico fiscale annuo a carico dei cittadini mediamente di 406 Euro, a fronte di una media nazionale di circa 388 Euro.

Saverio Collura

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